Sequestro dopo sequestro o forse sarebbe meglio dire sequestro su sequestro. E’ lo strano destino di un fondo nella zona di via Brunelleschi a Palermo fra i quartieri Uditore e Cep. Sequestrato al costruttore palermitano Francesco Zummo, pregiudicato per favoreggiamento reale nei confronti dell’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, il fondo dpoveva essere sotto custodia giudiziaria. In realtà per l’area è scatatato, oggi, un nuovo sequestro notificato al curatore giudiziario, per occupazione abusiva.

Ad eseguire la singolare operazione di sequestro la Squadra Mobile e la Polizia Municipale di Palermo. I sigilli sono scattati per un area in via Brunelleschi 9. Si tratta di un terreno con casolare annesso da 10.000 metri quadri sequestrato preventivamente ma, e qui risiede la singolarità dell’operazione, già confiscato tempo addietro proprio alla famiglia Zummo. Secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci il terreno era stato rioccupato dopo la confisca, anche se resta ancora da accertare se a rimpossessarsi del fondo siano stati gli stessi proprietari o se lo abbiano concesso ad altri soggetti.

Dai rilevamenti è anche emerso che il terreno veniva utilizzato per la produzione di frutta e verdura. Sono anche stati ritrovati alcuni cani chiusi in un recinto per scopi ancora da chiarire. identificate anche le persone che si trovavano all’interno, sul cui ruolo saranno svolti successivi accertamenti. A destare maggior sorpresa negli inquirenti è stato l’immobile da 150 metri quadri, risultato al suo interno assai più lussuoso rispetto alle probabili condizioni economiche degli attuali occupanti, che farebbero pensare proprio ad una consegna ad interim del luogo da parte dei reali proprietari, in sintesi un presidio fisso. Al vaglio anche il sospetto che una simile sistemazione potesse servire, magari in futuro, per incontri riservati o brevi periodi di latitanze dorate.

Un luogo totalmente nascosto all’esterno e se considerato il precedente stato si confisca preventiva, difficilmente riscontrabile da un normale controllo delle forze dell’ordine. L’operazione di stamani, alla luce di quanto rinvenuto, getta senza dubbio molte ombre riguardo la gestione amministrativa dei beni confiscati, che dall’assegnazione sino al controllo che avrebbe dovuto garantire il custode giudiziario, presenta in questo caso diverse incresciose lacune.

La famiglia Zummo, costruttori edili palermitani, è ben nota a livello giuridico, specie con il capofamiglia Francesco Zummo, collegato a filo diretto con l’inchiesta Arner Bank, l’istituto di credito svizzero balzato agli onori della cronaca dopo l’apertura di un conto da 13 milioni che fu aperto, presso la filiale Arner a Nassau, nelle Bahamas, a nome di Teresa Macaluso, moglie di Zummo. In quell’occasione si accertò che Francesco Zummo versò capitali della famiglia in quel conto offshore a fini di riciclaggio, grazie anche ai rapporti con uno dei fondatori della Arner Banca, Nicola Bravetti, che permise il passaggio di fondi.

Anche il figlio Ignazio Zummo e il cugino omonimo, sono stati recentemente condannati, rispettivamente a due anni e ad un anno e 8 mesi di reclusione per intestazione fittizia di beni e rivelazione di segreto d’ufficio. Nicola Bravetti, fondatore della Arner Banca, e principale interlocutore di Francesco Zummo risultò cruciale per quel riciclaggio di fondi, ipotizzato per primo negli anni ’80 dal giudice Giovanni Falcone.