Ricordo con sempre minor nitidezza, o “lucidità” considerato il tema, la sensazione di soddisfazione provata alla vista della classica ciotolina tonda in direzione del mio tavolino per accompagnare la bevanda che avevo ordinato. Qualche patatina in busta, affidabile se intatta altrimenti da scartare qualora sbriciolata per l’effetto “riciclo”, un pugno di arachidi salati e quando andava di lusso anche un paio di olive erano il compromesso ideale per assuppare e accompagnare il sorseggio.

A Palermo, nell’orario in cui altre zone d’Italia erano al passo coi tempi, fare l’aperitivo fino a qualche anno fa consisteva nell’ordinare un bicchiere di vino o un buon cocktail scegliendo il locale sulla base delle capacità del barman o delle cantine a disposizione. D’altronde, a cosa serviva stuzzicare anche pietanzine precotte con tutto ciò che la capitale del cibo da strada ha da offrire in fatto di arte culinaria?

La vecchia formula dello spizzulìo non si è del tutto estinta ma la sua capacità attrattiva oggi sembra essersi ridimensionata al livello dell’inflazionato ghiacciolo da vendere agli eschimesi. I palermitani hanno elevato le loro aspettative e, complice la crisi, optano sempre più spesso per la formula del piattino – meglio se più d’uno a buffet – così da ottenere una cena fuori casa sì contenuta ma contenendo allo stesso tempo i costi. Quanto al conseguente jet lag di appetenza, causato da orari di mezzo che non sono quelli post tg tipici dei pasti serali meridionali né quelli imposti dai tradizionali aperitivi di importazione settentrionale, se ne sono fatti una ragione.

Se la scelta è dettata dalla sacchetta vacante, non può certo esserlo anche lo stomaco del palermitano, ottima forchetta per antonomasia e ben abituato in fatto di buon cibo (non è un caso se la tendenza dell’aperitivo dalle nostre parti ha attecchito così in ritardo). Che si tratti di una moda o una scelta (rin)forzata, l’offerta in fatto di aperitivo in città si è dunque fatta variegata e sostanzialmente appesantita.

Dai primitivi buffet a base di pasta fredda dalla dubbia appetibilità e patate pepate per suscitare le arsure dei clienti, ci si trova oggi davanti alla possibilità di vedersi recapitare al tavolo un tagliere che fa tanto chic su cui viaggiano fette di salumi, assaggi di formaggi e la bruschetta con la caponatina. C’è poi il locale specializzato, che al rintocco delle ore 19,30 riempie e rimpingua il bancone a suon di teglie, con tre tipi diversi di crocchette solo per citare un alimento, ma anche anelli di cipolla che strizzano l’occhio agli amanti dei fast food in alternativa a verdure e ortaggi politically correct. O ancora, l’aperitivo in cassettina – quelle dei fruttivendoli ma tirate a lucido, per intenderci – all’interno della quale trovi una porzione del tutto e la foto da foodporn dipendente ci scappa sempre e comunque.

Sui social e tra amici, è il passaparola a dettare legge in fatto di gusto. Attenti recensori e critici integerrimi snocciolano uno per uno pro e contro della loro esperienza, definendo quantità e qualità della proposta e promuovendo il prossimo locale dove non troverai posto a meno di arrivare all’orario del tè. Se poi all’aperitivo io consumi un buon aperitivo, un semplice succo, un vino che sa di tappo o un cocktail annacquato, appare poca cosa. L’importante è ordinarlo.