Il coraggio di una scelta. Quella di restare, di non lasciare il paese dove era nato, Cinisi, per evitare di guardare in faccia e dimenticare i problemi che soffocavano e continuano a soffocare quella terra di agrumi e mare. E tra i problemi quello più grande, la mafia, che Peppino Impastato da sempre disprezzava e combatteva. E lo faceva con tutti i mezzi possibili, primo fra tutti quello della radio, sicuramente il più adatto, a quei tempi, per parlare con la gente, con i giovani che sono la speranza di un futuro migliore. Quello che Peppino sognava per la sua terra, che immaginava libera dalle catene e dalle minacce mafiose.

Ma facciamo un passo indietro. Chi era Peppino Impastato? Nato in una famiglia inserita negli ambienti mafiosi locali, durante gli anni del liceo fonda il giornale “L’Idea socialista”, sequestrato dopo la pubblicazione di alcuni numeri. Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e cultura”, un’associazione che propone attività culturali e musicali e che diventata il punto di riferimento per i giovani di Cinisi, e un paio di anni dopo nasce “Radio Aut”, emittente autofinanziata basata sulla controinformazione e sulla satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale.

Nel 1978 si candida alle elezioni comunali di Cinisi con la lista Democrazia Proletaria, ma il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e dopo una mostra fotografica sulla devastazione del territorio da parte di gruppi mafiosi, è vittima dell’esplosione di una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.

Mandante dell’omicidio è il boss mafioso di Cinisi Tano Badalamenti, che aveva condannato a morte non un magistrato, un politico, un giornalista come succedeva di solito, ma un semplice ragazzo che non era “nessuno”, ma che potenzialmente poteva diventare un problema dal momento in cui, attraverso la radio, smuoveva le coscienze e metteva la realtà nuda e cruda sotto gli occhi di tutti.

Una verità che è venuta a galla circa 20 anni dopo la condanna a morte, quando ci si è resi conto che credere che Peppino stava per fare un attentato terroristico o stava per togliersi la vita mettendo una bomba sui binari della ferrovia, era assurdo e lontano anni luce dalla realtà ed era molto più tragicamente un tentativo di deviare le indagini da parte di pezzi dello stato.

Un piccolo grande eroe dell’antimafia, quindi. Piccolo perché con i pochi mezzi che aveva riusciva a mandare il suo messaggio forte e chiaro, grande per quello che ha lasciato nei giovani di diverse generazioni. Quasi 40 anni dopo la sua morte, infatti, la sua figura e i suoi ideali continuano ad essere d’esempio per tanti ragazzi che lo vedono come un eroe.

Una “fama” di certo consolidata anche grazie al film di Marco Tullio Giordana dedicato alla sua vita, che attraverso la brillante interpretazione dell’attore palermitano Luigi Lo Cascio è riuscito a far passare la forza di un personaggio chiave della lotta alla mafia, e grazie alla canzone dei Modena City Ramblers “I cento passi” che ha avvicinato tanti ragazzi alla storia di Peppino.

In tutta Italia, infatti, oltre ad esserci memoria e attenzione per le vittime più note della mafia, come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Pio La Torre, Peppino è entrato prepotentemente nell’immaginario dei giovani. Ed è per questo che, anche nei paesi più remoti e impensabili, si trovano decine di piccoli monumenti dedicati alla sua memoria. Biblioteche perlopiù, che legano la sua immagine di vittima di mafia a tanti luoghi di cultura e accreditano la sua ‘antimafia’ come espressione culturale.