“Tra il 1992 e il 1993, Leoluca Bagarella aveva capito che serviva un partito che fosse diretta espressione di Cosa nostra, non bastava più affidarsi ai singoli personaggi. Quindi mi diede l’incarico di costituire il partito ‘Sicilia libera’, nella fine del 1993, con obiettivi separatisti. Bagarella poi venne a sapere che c’era Silvio Berlusconi che stava per scendere in politica con un nuovo partito e i voti furono dirottati su Forza Italia”.

Lo ha detto il collaboratore di giustizia, Tullio Cannella, che sta deponendo al processo sulla trattative Stato-mafia, nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo.

“Sia la Dc, che per decenni aveva avuto connivenze con Cosa nostra, sia il vecchio partito socialista, che aveva chiesto e ottenuto i voti della mafia, avevano deluso le aspettative – ha spiegato – C’era sfiducia negli esponenti di questi partiti perché non avevano mantenuto gli impegni dopo l’aiuto che gli aveva dato Cosa nostra. Bagarella diceva che Totò Riina nei confronti di questi personaggi era sempre stato troppo buono. Così alle politiche del 1994 si candidarono per Forza Italia personaggi vicini a Cosa nostra e si decise di spostare i voti su quel partito, accantonando per il momento il progetto di Sicilia Libera”.

“Quando ci fu l’attentato a Maurizio Costanzo, Bagarella mi disse: ‘Ora u signor Costanzo cu sta bombicedda s’assistemo”. L’intenzione di Cosa nostra, mi spiegò, non era di ucciderlo perché lavorava per Mediaset e quindi per personaggi che avevano un buon rapporto con Cosa nostra”.

“Ero con Bagarella – ha proseguito il pentito – pure quando a fine luglio del 1993 ci fu un attentato. Mi disse: ‘Vedi tutti questi attentati, saranno i terroristi, quelli della falange armata’. Me lo disse in maniera sarcastica, voleva intendere che questi fatti sarebbero stati imputati ai movimenti eversivi”.

Cannella era molto amico di Leoluca Bagarella, tra gli imputati del processo, che conobbe attraverso i Graviano. “Conoscevo – ha spiegato – i fratelli Graviano (Giuseppe, Filippo e Benedetto), sapevo che il padre Michele era un personaggio di spessore di Cosa nostra. Loro erano soci occulti del costruttore Sanseverino, con cui ero in affari, per la costruzione del villaggio Euromare a Campofelice di Roccella (Pa) e avevano un credito nei nostri confronti di oltre un miliardo di lire. Il terreno del residence era stato acquistato anche grazie ai soldi dei Graviano. Io ho poi restituito ai Graviano oltre due miliardi e mezzo di euro, fino al 1993”.

“Conobbi Leoluca Bagarella in quel periodo – ha aggiunto Cannella -, viveva in uno dei miei appartamenti in via Malaspina. Per me Bagarella fu un amico, rappresento’ una garanzia, una soluzione ai problemi che avevo con i fratelli Graviano che mi volevano uccidere, molto probabilmente adesso non sarei qui se non si fosse interessato Bagarella”.

“Persone come i Graviano – ha spiegato il pentito – ti ritengono qualcosa di loro proprietà e ti usano come meglio credono, grazie al potere che gli davano le intimidazioni. Io non riuscivo a vendere gli appartamenti che avevo costruito e non potevo ridare i soldi ai Graviano. Ricevetti molte minacce, venivano Vittorio Tutino o Cesare Lupo a pressarmi. Le cifre erano molto alte e io ero in crisi”.