L’ex generale Mario Mori, sentito oggi al quarto processo per la strage di via D’Amelio in corso davanti alla corte d’assise di Caltanissetta, si è avvalso della facoltà di non rispondere, diritto che ha potuto esercitare essendo stato interrogato come teste assistito, a tutte le domande relative alla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Al dibattimento sono imputati i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Calogero Pulci, Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta. L’ex ufficiale, che è imputato a Palermo di minaccia a Corpo politico dello Stato nel processo sul presunto patto stretto tra Cosa nostra e pezzi dello Stato, non ha risposto a tutte le domande che potevano in qualche modo essere inerenti alla sua posizione processuale: da quelle sui suoi incontri con l’ex sindaco Vito Ciancimino, ai contatti tra il suo ex numero due Giuseppe De Donno e l’ex capo degli Affari penali del ministero Liliana Ferraro.

Nessuna risposta neppure sull’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, sui contatti tra questi e l’ex ministro dc Calogero Mannino, e sul presunto contributo di Ciancimino alla cattura del boss Totò Riina.

Mori ha ricostruito in aula la sua carriera e ha confermato di avere consegnato alle autorità giudiziarie di Firenze, Palermo e Caltanissetta le sue agende personali degli anni tra il ’91 e il ’94. Rispondendo alle domande di alcuni legali ha sostenuto di avere conosciuto Luciano Violante a Torino nel periodo del terrorismo e Liliana Ferraro in occasione delle sue visite a Palermo per la costruzione dell’aula bunker per il maxiprocesso.

Sul banco dei testi è poi salito De Donno, anche lui sostanzialmente ha scelto di non rispondere alle domande relative alla trattativa. Il processo è stato rinviato al 15 gennaio per l’esame del boss Totò Riina.