Due miliardi e 300 milioni di euro. A tanto ammonta il buco reale nei conti siciliani. Di cifre se ne sono sparate tante e per lo più provenienti proprio dall’amministrazione regionale.

Ma scremati tutti i conti da fantasiosi introiti, previsioni avveniristiche, poste di bilancio dimenticate in uscita o calcolate sul triennale piuttosto che sul corrente, la cifra sembra essere proprio questa.

Oggi la Sicilia porta a Roma ‘conti onesti’ per poter poi rivendicare cifre che ritiene le spettino. su questi 2 miliardi e 300 milioni, infatti, 700 milioni sono nuovi tagli alla spesa comprimibile che Baccei ha messo nero su bianco. tagli  che provengono dalle riforme delle Ipab, degli Ersu, dall’accorpamento degli IACP già stabilito per legge, dalla riforma dell’Ast e di Riscossione Sicilia. Riforme che faranno certamente discutere ma che l’assessore fiorentino applicherà senza ascoltare nessuno.

Così il buco scende da 2,3 miliardi a 1,6. Con tagli alla spesa ordinaria e con la compressione del bacino del precariato con qualche fuoriuscita e qualche ‘espulsione’ si arriva alla cifra di 1 miliardo e 440 milioni. Questi i fondi che Baccei chiede a Roma e senza questi bilancio non se ne può fare.

Sia chiaro anche con questi fondi si parla di spesa corrente e sopravvivenza. gli investimenti, le scelte politiche e così via sono rimandate solo e soltanto ai fondi comunitari. Non c’è altra ‘benzina’ utilizzabile per far partire la macchina dello sviluppo.

Per convincere Roma Baccei ha portato anche i conti di quanto la Sicilia ha fatto fino ad ora. 847 milioni di contrazione della spesa fra il 2013 ed il 2014 a consuntivo. Ma in questi conti c’è anche la compartecipazione della Sicilia al ripiano del buco di bilancio dello Stato in base a quanto chiesto all’Italia dalla comunità Europea.

Di contro la Sicilia chiede i fondi delle accise per circa 600 milioni l’anno riconosciute alla Sicilia e alle quali Crocetta ha rinunciato. Ma l’assessore all’economia chiederà gli arretrati fino alla firma delle rinuncia. una scelta che da molto da pensare su quanto fatto fino ad ora.

E infine l’offerta della contropartita. A Roma la Sicilia offre, in cambio della rimodulazione dei trasferimenti stabili di risorse come irpef, Iva e anche accise, la riforma costituzionale dello Statuto con la cancellazione dell’articolo 37.

Le risorse che arriveranno saranno maggiori se si fa questa riforma (che potrebbe essere avviata subito con un patto fra Stato e Regione ed essere poi trasformata costituzionalmente con una legge in doppia lettura) ma si tratta di un cambio di filosofia totale. La Sicilia non sarebbe più fiscalmente autonoma ma un ente locale che riceve trasferimenti in base ad uno Statuto privilegiato. Insomma quello che Roman ha sempre voluto e mai ottenuto negli ultimi settanta anni.

Oggi da De Vincenti dovrebbe arrivare la risposta. Alla ragioneria dello stato è stata richiesta la copertura per le risorse della Sicilia. Ma non è detto che oggi sia la giornata risolutiva. in fondo tenere la Sicilia sulla graticola non è una cattiva strategia pre elettorale.