Con la fantasia si può fare di tutto. Diversi anni fa, in un tema in classe, mi inventai la storia di un calciatore.

Il tema era: “Guardando la vetrina di un negozio”. La vetrina, da me descritta, era quella di un negozio di articoli sportivi e scrissi la storia a lieto fine di un ragazzo di periferia che, grazie al calcio, trova riscatto sociale (come se nascere poveri sia una colpa da espiare), gloria e ricchezza. Il voto fu tra i migliori, perché con la fantasia venne fuori qualcosa di originale che alla professoressa piacque molto.

Leggendo il bel libro di Benvenuto Caminiti, mi è tornato in mente quel tema, con la sola differenza, e vi pare poco, che la storia di Schillaci non è fantasia, ma è tutta vera.

Il protagonista di Ragazzi di Latta è Totò Schillaci, capocannoniere di Italia ’90, e fin qui nulla di sorprendente, se in quelle “notti magiche” Schillaci divenne sinonimo di Italia. Il libro si legge tutto di un fiato, e non perché è un giallo, o perché si parla di calcio, ma per il modo in cui il protagonista si racconta.

La modestia e la tranquillità dell’uomo Schillaci ti avvince e non c’è in lui una sola parola che faccia trasparire né presunzione né alterigia. Sa di essere un ragazzo di periferia e che anche nei momenti top della sua carriera non dimentica gli amici d’infanzia e non rinnega nulla del suo passato di ragazzo nato da una modesta famiglia del Capo. Da giovane ha fatto mille lavori. La sua passione per il calcio non fu mai osteggiata dai genitori, ma a casa c’era bisogno più di braccia che di gambe che dessero calci a una palla.

Totò, con la modestia che non lo ha mai lasciato, ammette di essere un po’ restio a raccontare la propria vita. Da favola, direbbe qualcuno, e forse lo è stata. Ma per Schillaci sembra piuttosto la giusta conclusione di uno che al calcio ha dato tutto e da esso ha ricevuto tutto.

Cita spesso la fortuna, il capocannoniere mondiale, io non ci credo del tutto. Si sarà una componente della vita, certamente. Il suo incontro con Mario Falanga e Angelo Chianello e la caparbietà dei suoi primi estimatori che lo “ adottarono” e capirono che “ u picciriddru era iucaturi”.

Saranno stati fondamentali i vari Ballarò, Scoglio e Zeman, che gli avranno corretto i mille difetti o gli hanno consentito di far rendere al massimo le proprie doti, ma Schillaci non sarebbe diventato Schillaci senza le mille sfide sul sacrato della Chiesa della Mercede, al Capo, e poi nella piazza Barisano da Trani,al Cep, o nelle nere basole alle spalle del Teatro Massimo. Benvenuto Caminiti usa l’arte sottile della maieutica che solo i grandi giornalisti possiedono.

Schillaci è restio a raccontare il declino del più talentuoso cugino Maurizio Schillaci, come è restio a parlare del suo privato, del fallimento del suo matrimonio e non per sacrosanto diritto della privacy, ma perché pensa che questo non possa interessare più di tanto, come è o dovrebbe essere. C

aminiti, con garbo e discrezione, tira fuori da Totò il meglio e ne viene fuori la figura di un uomo modesto, per nulla abbagliato dal successo e comunque vincente. Fortunato, forse. Dio gli ha regalato il talento, suo padre gli ha insegnato i valori veri della vita e lui ha preso a volo la “fortuna”. Comunque la giri giri ,Totò la voluta, cercata, trovata e mantenuta. Altro che il mio tema in classe, questa signori, è realtà.

È da leggere, e non per i soli appassionati di calcio. I racconti e i romanzi sono tutti belli ed emozionanti, in Ragazzi di Latta c’è qualcosa in più:alla fine saremo tutti più ricchi, di una ricchezza non quantificabile in euro, ma di quella ricchezza interiore che un modesto ragazzo di periferia che ha studiato poco riesce a regalarci. Un Totò Schillaci così non me lo sarei mai aspettato. Un grazie a Benvenuto Caminiti, abile maestro, che sicuramente ha letto Socrate e sa che la verità è dentro in ognuno di noi e ha fatto emergere la parte migliore del nostro eroe mondiale.