Una ‘donna pericolosa’ che inneggia alla guerra santa e che rappresenta una minaccia reale. Non si tratta di una semplice opinione ma di un fatto dimostrato e occorre ridurre il rischio applicando il carcere.

La procura di Palermo ha depositato un ricorso complesso e circostanziato contro la scelta del Gip di non mandare in carcere Khadiga Shabbi, la ricercatrice universitaria che da tre anni vive a palermo, fermata la scorsa settimana dalla Polizia per sospetto terrorismo.

La ricercatrice universitaria libica di 45 anni è accusata di istigazione a commettere atti di terrorismo. L’ordine di fermo era firmato da Gery Ferrara e Emanuele Ravaglioli, ma la donna era stata rilasciata nello stesso giorno per decisione del Gip Fernando Sestito, che non aveva convalidato disponendo solo l’obbligo di dimora nel capoluogo dell’Isola.

Nelle tredici pagine del ricorso, i pm sostengono che Khadiga Shabbi utilizza, soprattutto sui social, prediletti dai jihadisti per la loro  propaganda, “frasi che incitano a intraprendere atti sovversivi di vero e proprio terrorismo e di affermazione della violenza più truce e
spietata: e anche la semplice condivisione pubblica di tali messaggi costituisce reato”.

I magistrati sostengono che la Shabbi “ha costantemente mostrato la sua vicinanza ed appartenenza alle milizie islamiche estremiste impegnate nella guerra in Libia, soprattutto con riferimento a “Ansar Al Sharia Libya”, qualificata come organizzazione terroristica anche dall’Onu”. Interrogata dai pm e dal giudice, la Shabbi ha “vantato contatti e rapporti diretti di parentela e di amicizia con combattenti della stessa organizzazione e con il suo leader Ben Hamid Wissam”. E ancora sono provati, sostiene l’accusa, i tentativi di “intrattenere contatti con foreign fighters ritornati in Europa”.

Nel provvedimento sono citate anche alcune pagine Facebook denominate “Dallo 01 a tutte le unita’”, “Siamo quelli dal volto coperto”, “Insieme per il ritorno dei ribelli per proteggere Bengasi”, di cui avrebbe “propagandato e diffuso il messaggio jihadista di lotta contro i miscredenti”. La Shabbi “ha anche invocato la istituzione di uno Stato Islamico sotto la guida dell’Isis, di cui ha propagandato documenti, immagini e video”.

L’obbligo di dimora, secondo la procura, non impedirebbe alla Shabbi di comunicare “attraverso altre forme più difficilmente intercettabili (whatsapp, viber ed altre)” e di fare anche “rimesse dirette di denaro a soggetti all’estero”. Da qui la pericolosità e l’esigenza di interdire le comunicazioni verso l’esterno.