“Il deficit siciliano non è più gestibile. E’ un deficit strutturale, ovvero l’isola spende oggi anno più di quanto incassa, dunque ogni anno che passa il buco di bilancio si allarga. Ciò per tante cause, molte delle quali provengono dalle scelte passate”.

Alessandro Baccei, il fiorentino mandato da Renzi per sistemare i conti della Sicilia e con l’incarico di essere l’interfaccia con il governo, tira una linea di somma della sua attività e presenta bilancio, criticità e piani per il futuro. Lo fa difendendosi da chi lo attacca definendolo nemico della Sicilia e snocciola cifre e dati per dimostrare di aver portato la questione Sicilia sui tavoli che contano.

Di politica si rifiuta di parlare così come della possibilità che fra due o tre giorni non sia più assessore di questo governo. Tante volte nelle segrete stanze ha chiesto di essere liberato da questo faticoso fardello. Lui ha fatto il suo dovere, ha fornito conti e soluzioni fra “deve essere la politica siciliana a fare il resto con in testa il presidente della Regione”.

Oltre non va nelle sue dichiarazioni ‘politiche’ mentre è un fiume in piena in quelle tecniche, contabili, costituzionali. “Il deficit parte da lontano – sostiene – e lo si è cominciato a scavare con la riforma pensionistica ai tempi di Mattarella. Il montante dei contributi che erano stati accantonati per i dipendenti è stato via via usato ed oggi le pensioni si pagano, per quella parte, dal bilancio della Regione e questo costa 500 milioni di euro l’anno. Il trasferimento, poi, ad altro ente delle pensioni della seconda parte dei regionali costa, invece, in mancato introito di tasse visto che chi va in pensione non paga più qui la sua Irpef essendo la sua pensione erogata altrove. Ci sono poi state le valorizzazioni di vendite di beni mai effettuate che si sono tradotte, a fine di ogni anno, in mutui di cui oggi paghiamo le rate. Da ultimo la cancellazione dei crediti inesigibili, i così detti residui attivi, spalmati in trent’anni come richiede la legge. C’è, poi, il contributo che lo Stato chiede alla Sicilia per il ripiano dei conti che ammonta a 1,8 miliardi. Troppo se rapportato alle altre regioni paragonabili all’isola”.

Baccei snocciola tutte le cifre del bilancio per giungere a dimostrare che la Sicilia nel 2016 incassa 10 miliardi e mezzo che di fatto sono già tutti impegnati fra sanità che ne assorbe 6,3; perdite di esercizio precedenti pari a 2 miliardi e buco previsto nel 2016 pari a 1,9 miliardi. Di fatto non ci sarebbero i soldi neanche per un miliardo e mezzo di spesa corrente fra stipendi e funzionamento e 500 milioni da destinare agli Enti locali.

In attesa di affrontare il tema con Roma per recuperare le risorse attualmente non inserite nella legge nazionale di stabilità si farà un bilancio di tagli spalmati su 12 mesi per evitare l’impugnativa come avvenuto lo scorso anno, sperando di poter, poi, recuperare le risorse e rifinanziare, in sede di assestamento, gli investimenti e gli interventi che non si potranno mettere nel bilancio di previsione 2016 che sarà solo compilativo (cioè un elenco di sole spese obbligatorie, senza sviluppo, crescita e investimento).

“Il problema – dice Baccei – sta nel fatto che lo Statuto siciliano parla di somme spettanti alla Sicilia in base a quanto ‘incassato’. Questa parola fa sì che tutte le cifre che sparano ex assessori e detrattori vari, siano del tutto errate. La Corte Costituzionale ci ha già dato torto sostenendo in sentenza che quello che ci spetta ci è già stato dato. Sui residui attivi, poi, è falso che cancellarli dal bilancio significhi rinunciare ad incassare quelli recuperabili. Le due cose seguono percorsi diversi e la Sicilia farà tutto ciò che è in suo possesso per incassare le somme recuperabili”.

Ma Baccei non si ferma a questa considerazione e vuole dimostrare di star facendo gli interessi della Sicilia “Questo avviene perchè la finanza pubblica ed il sistema di tassazione è profondamente cambiato da quando lo Statuto fu scritto. Per questo le altre regioni hanno contrattato con lo Stato adeguamenti dei trasferimenti al nuovo sistema di calcolo e di riscossione. Una cosa che la Sicilia non ha fatto. Non c’è dubbio, quindi, che pur non essendoci alcuna violazione dello Statuto la Sicilia oggi risulti penalizzata. Abbiamo fatto tutti i conti e dimostrato che forse spenderemo male ma non spendiamo più delle altre regioni ed incassiamo, in proporzione, di meno, contribuendo invece di più al risanamento dei conti pubblici”.

“Sono temi che ho già portato all’attenzione dei giusti tavoli romani. C’è una sperequazione che va sistemata. Guardi a questo chi sostiene che io non stia facendo gli interessi della Sicilia”.

Dunque il bilancio siciliano è un cane che si morde la coda. Ogni anno scava un nuovo passivo che copre con nuovi prestiti che a loro volta aumentano il passivo dell’anno dopo. Per il 2016, fatta l’operazione pulizia sui conti, l’assessore conta di recuperare i 2 miliardi del pregresso e di tagliare o aggiustare conti per altri 450 milioni. All’appello mancheranno, per  chiudere il bilancio di previsione 2016, 1 miliardo e 450 milioni.

“Questi soldi devono arrivare dallo Stato perché non si possono più fare operazioni di fantasia né forzare le voci di bilancio, – dice Baccei – non si potrà più ricorrere neanche ai fondi Fsc (Fondi di sviluppo e coesione, ndr) usati quest’anno”.

Ma se anche lo Stato desse alla Sicilia questo quasi miliardo e mezzo, si sposterebbe solo in avanti di un anno il problema. “A mio modo di vedere c’è una sola soluzione ed è la modifica dello Statuto siciliano. dobbiamo abolire l’articolo 37, che vale 250 milioni, e sostituirlo con un trasferimento di quota delle accise o di quote dell’Iva, insomma di qualsiasi altra imposta. Questo per riequilibrare stabilmente le entrate siciliane e riportarle al giusto e corretto livello analogo a quello che hanno ottenuto le altre regioni con i nuovi patti fiscali fatti con lo Stato”.

Ma per una simile riforma che è di natura costituzionale i tempi si annunciano lunghi. “Occorre far subito una legge che sia frutto di un patto fra la Sicilia e lo stato che porti il miliardo e mezzo che serve alla Sicilia già nel 2016 ma che assegni risorse stabilmente, anno per anno fino alla definizione del nuovo sistema di trasferimenti da sancire con la riforma dello Statuto”.

Un piano teso a mettere in sicurezza i conti dal 2016 in poi per i prossimi anni ma che ha diverse controindicazioni. Dal punto di vista fiscale rischia di mettere la Sicilia alla pari degli altri ma renderla dipendente in toto dallo Stato e dai suoi trasferimenti come un qualsiasi comune o ente locale, sull’altro fronte l’apertura della Riforma Costituzionale dello Statuto è un’arma a doppio taglio perchè è impossibile prevedere cosa finisce dentro la legge di modifica durante il doppio iter parlamentare soprattutto alla luce dell’abolizione di una delle due camere ormai in corso. Una scelta che rischia di essere l’apertura della fase di cancellazione dell’Autonomia.

“Io ho fatto tecnicamente tutto quello che doveva fare – conclude Baccei – sta ora alla politica fare le scelte. A quella nazionale che deve riconoscere che la Sicilia sconta effettivamente un trattamento economicamente non equo, ed a quella regionale che deve seguire questa strada, se lo vuole fare”.

La palla passa, dunque, a Crocetta sul cui tavolo, inoltre, sono appena arrivate anche altre riforme fra cui quella degli Iacp e delle Ipab e le liquidazioni inviate proprio dall’assessorato all’Economia che a breve consegnerà anche il piano delle partecipate al quale sta lavorando.

Tutto passa, adesso, dai conti 2016. L’appuntamento a Roma è per il 28 ottobre quando sarà Crocetta a trattare e in quella sede si capiranno le vere intenzioni di tutti gli attori di questa vicenda