Nascondeva 3000 dollari nelle scarpe. La polizia di Ragusa ha trovato il denaro ad uno scafista tunisino, Zied Karaoui, accusato di aver condotto sulle coste siciliane i 297 profughi, tutti eritrei, sbarcati lunedì sulla costa ragusana con un natante che ha eluso tutti i controlli.

L’indagato, dopo un interrogatorio durato molte ore, ha confessato e ha mostrato agli investigatori i 3.000 dollari che nascondeva nelle scarpe, il compenso ricevuto dai trafficanti per pilotare il barcone. Come sempre, il tunisino è stato individuato grazie alle testimonianze degli immigrati.

“Come molti miei concittadini eritrei ho deciso di tentare la fortuna e di trasferirmi in Svizzera – ha raccontato uno dei rifugiati, che ha ricostruito il viaggio -Tre settimane fa alcuni uomini, ai quali mi ero rivolto, mi hanno fatto oltrepassare la frontiera,  dietro un compenso di 1500 dollari. Non ho potuto portare con me la mia famiglia, non avevo abbastanza soldi”.

“Ci hanno portato in una zona di campagna – ha raccontato agli inquirenti – e qui siamo stati messi all’interno di una casa di grosse dimensioni. Abbiamo trascorso tre settimane senza mai uscire all’esterno. Ci era stato ordinato da parte dei libici dell’organizzazione e dal sudanese che quotidianamente vedevo arrivare nella struttura per portarci del cibo. Oltre alle chiare intimidazioni da parte dei libici -ha proseguito l’eritreo- nessuno di noi poteva uscire dalla struttura. Non era possibile, poi, tentare di scappare neanche dalle finestre perché ci trovavamo al secondo piano mentre al terzo piano dello stesso stabile c’era altro appartamento adibito ad alloggio per le sole donne”.

“La partenza senza preavviso dalla casa – racconta sempre il testimone – è avvenuta nella giornata del 5 luglio, alle ore 14, e tutti quanti siamo stati nuovamente stipati sui cassoni di alcuni camion. La successiva attesa sulla spiaggia da dove partire, aveva come finalità quella di attendere l’arrivo di altri gruppi di persone, anche loro destinati a partire e tutti quanti venivamo raggruppati in un solo gruppo. La partenza dalla spiaggia -secondo la testimonianza resa dall’immigrato-avveniva a mezzanotte e tutti quanti, a gruppi di quarantacinque, prendevamo posto su di un gommone dove si trovavano tre libici. Tale mezzo percorreva un tratto di mare e a conclusione del breve viaggio i libici ci facevano salire tutti quanti su di un battello in legno, quello poi utilizzato per il viaggio. Alcuni di noi, esclusivamente uomini e tra i quali il sottoscritto, venivano fatti sistemare all’interno della stiva del battello mentre, altri, sulla coperta dello stesso. A conclusione delle operazioni di imbarco il natante cominciava a navigare e ciò per circa sei ore e fino a quando lo stesso non si fermava. Utilizzando un grosso apparecchio telefonico munito di antenna, lo scafista ha telefonato per chiedere aiuto”.