“Mi creda, i compiti sono una tragedia, ma proprio una vera tragedia!” Quanti analoghi sfoghi ho registrato nella lunga permanenza a scuola e quanta esasperazione giornaliera si coglie nel momento dello svolgimento dei compiti a casa.

Le frasi sono le solite: “Cosa hai da fare oggi? Mi fai vedere il diario? Quando cominci a studiare? Sbrigati che poi controllo ciò che hai fatto? Se non fai i compiti niente computer stasera! Se non studi non ti faccio usare il cellulare!” e così via dicendo.

I compiti a casa, da sempre e in ogni regione del nostro Paese, sono argomento di discussione tra docenti e famiglie. Cominciamo,però, con il dire che i compiti a casa non sono inutili. Anzi, sono utili ai ragazzi e alla loro crescita per diversi motivi.

Essi aiutano il figlio/alunno a confrontarsi con la dimensione del dovere, fanno imparare la fatica. Se bene indirizzati aiutano il ragazzo a sviluppare la capacità di organizzarsi per diventare più autonomo. Il figliolo può essere più o meno bravo, questo non è il punto essenziale: quello che conta è la sfida ad andare avanti lo stesso e non cedere, ricordando che in molti casi il rifiuto verso una situazione è legato alla paura di fallire.

Certo, convincere il figliolo che i compiti sono utili per lui non è certamente facile. Il compiti sono per lui un dovere e quindi, come tale, rappresentano un noioso sacrificio.

Talvolta il figliolo/alunno è in fase di opposizione con i compiti. In questo caso è molto importante evitare insulti, ricatti o punizioni perché generano solo rabbia e un vissuto di impotenza nel ragazzo che, con il tempo, rischia di sviluppare una resistenza ancora più forte nei confronti della scuola. Oltre che parlare con il ragazzo e tenerlo sotto osservazione, sarebbe opportuno confrontarsi e parlare con gli insegnanti, per meglio conoscere il contesto scolastico e della classe o se ci sono problemi di apprendimento o altro. L’incontro con la scuola potrebbe favorire una più oggettiva conoscenza del loro figliolo.

Il punto di partenza del genitore, infatti, deve essere il ragazzo “vero” che si ha di fronte, con tutte le sue caratteristiche e non l’immagine di ciò che vorrebbero egli fosse. Essi, spesso, prestano il loro aiuto sull’immagine che hanno del figlio, non riuscendo ad accettare come realmente il figlio è, arrabbiandosi se vedono rifiutato il proprio aiuto.

Nel quadro più generale, è compito del genitore offrire al figlio/studente un sostegno emotivo alla sua fatica, mostrare comprensione e aiutarlo a sviluppare il senso di responsabilità e la capacità di applicarsi. Egli deve dare fiducia, incoraggiando il figliolo quando è impegnato nei compiti. Il genitore non deve esimersi dal rassicurare il figlio con un atteggiamento positivo: “dai che siamo sulla strada giusta; forza che è possibile farcela!”

I genitori, i nonni, i fratelli maggiori) non devono mai sostituirsi al ragazzo e fare gli esercizi al suo posto. Essi devono però essere disponibili a dare indicazioni, a suggerire strategie, “trucchi” che servono a “imparare a imparare” (fare una scaletta prima di svolgere un tema; fare schemi riassuntivi;…). I bambini piccoli gradiscono la vicinanza di un adulto perché si sentono confortati. A partire dai 9-10 anni, invece, di tanto in tanto, si potrebbero fare i compiti insieme a qualche compagno, per abituarli a scambiarsi informazioni e idee, ad aiutarsi reciprocamente.

La presenza del genitore, quando ancora il figliolo è bambino, ha anche l’importantissima funzione di sostenere l’autodisciplina: con il tempo, il bambino si metterà da solo a fare i compiti, via via in modo sempre più autonomo. Anche per questo, il problema dei compiti a casa va visto strettamente legato a quello del metodo di studio, che il figlio/alunno dev’essere aiutato via via a possedere.

Lo svolgimento autonomo dei compiti a casa è un risultato che si deve raggiungere e non un prerequisito. Possedere un buon metodo di studio è una conquista. Ciò premesso è anche utile sottolineare che un buon metodo studio deve essere indubbiamente efficace, deve permettere cioè il raggiungimento dello scopo, nel minor tempo possibile e con uno sforzo adeguato, mai eccessivo. Esso deve via via garantire la qualità dell’istruzione; man mano che il tempo passa l’alunno impara di più e approfondisce meglio le sue conoscenze.

Più pragmaticamente, nello svolgimento dei compiti a casa, per aiutare il figlio/studente ad imparare con profitto e gusto e ad avere un buon metodo di studio, è necessario che i genitori stimolino il ragazzo a compiere alcune operazioni.

Occorre, innanzitutto, abituarlo a non pretendere di fare tante cose contemporaneamente. E’ meglio progettare l’attività di studio a casa, con logici schemi di gestione intelligente dei tempi, che catapultarsi su libri di testo e quaderni con l’illusione di terminare tutto e in fretta. Prima di iniziare a studiare è salutare concentrarsi per un pò, come fanno gli atleti prima di ogni allenamento.

E’ necessario stimolare il figliolo ad aiutarsi con efficaci espedienti: sottolineare, sintetizzare, schematizzare, per visulizzare bene ciò che si sta studiando e apprendendo. Iniziare lo studio dalle materie più difficili e noiose, e concedersi via via breve pause di pochi minuti.

E’ bene inculcare nei ragazzi che per studiare con piacere e proficuamente è necessario essere “curiosi”, coltivare dentro il piacere di fare domande e di affronatre ogni problema. Il ragazzo deve via via abituarsi ad “interrogare il libro di testo”; quest’ultimo è infatti il frutto di una serie di domande che l’autore si è posto in merito a taluni problemi o interrogativi.

Un argomento del libro di testo dev’essere studiato in modo da far emergere domande e dare risposte. Secondo il famoso Aristotele, uno schema di interrogazione del libro di testo potrebbe scaturire da domande del tipo: Chi? cosa? come? quando? dove? perché? con quali mezzi? Oppure con proposizioni del tipo: Cosa accadrebbe se…? Cosa si deve fare affinché…?

Conoscere significa incontrare ed accoglere qualcosa. La prima reazione all’incontro è un sentimento di stupore, una specie di reazione ad un qualcosa d’imprevisto, di inaspettato, da cui siamo stati colpiti. Oggi, molti convengono che lo stupore non è una cosa solo da bambini o da ingenui. Essere capaci di stupirsi è segno di intelligenza: “lo stupore è la grazia essenziale dell’intelligenza!”

A cura del prof. Orazio Bianco. Per saperne di più clicca qui