Quando le scuse non bastano. Scoppia la questione deontologica all’interno del sistema giudiziario in seguito alle reazioni provocate dalla sentenza di piena assoluzione nei confronti del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato dall’agevolazione a Cosa nostra.

“Ribadisco le mie scuse ai colleghi interessati. Sono pronto a farmi fustigare pubblicamente, se ciò dovesse essere utile a svelenire il clima”, aveva scritto rivolgendosi ai colleghi il procuratore aggiunto Vittorio Teresi dopo aver pubblicamente rifilato un “4-“ all’operato della quarta sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Teresi, tra l’altro, lo scorso 15 ottobre si era reso protagonista di una dichiarazione shock in cui invitava i mafiosi a ribellarsi alla “presa in giro” da parte dei politici.

Ma il mea culpa non è stato sufficiente. A tutela dei giudici inquirenti giungono infatti le parole del procuratore Francesco Messineo che, su sollecitazione del Pg Roberto Scarpinato, ha stilato in una circolare il decalogo dei rapporti tra magistratura e mondo dell’informazione.

Come riporta il Giornale di Sicilia, il capo della Procura di Palermo ha vietato ai pm “l’esposizione di opinioni personali ed orientamenti lato sensu ideologici”.

Al bando ogni dichiarazione fuori tema e le “denigrazioni di intere categorie sociali e a maggior ragione di singole persone, con particolare accentuato divieto per gli altri soggetti del processo”. Unico spiraglio possibile rispetto alla critica di provvedimenti normativi: “La pacata, argomentata esposizione di eventuali inconvenienti connessi alla pratica applicazione”.

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