I carabinieri nel corso della notte hanno arrestato sette persone tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, minacce aggravate dal metodo e dalle finalità mafiose, nonché spaccio di sostanze stupefacenti e spendita di banconote contraffatte. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Palermo su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.

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Le indagini – prosecuzione delle attività che nello scorso mese di marzo portarono all’operazione “Jafar” – hanno consentito di raccogliere ulteriori risultanze in ordine agli assetti e alle attività criminali del mandamento mafioso dell’ hinterland palermitano connotata da difficile penetrabilità investigativa e interessata, per ultimo, da numerosi atti di intimidazione a commercianti.

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Nel corso dell’operazione che ha portato all’arresto di sette persone sono state ricostruite le intimidazioni a diversi commercianti. Come le minacce ai danni di una macelleria. Lo scorso 8 marzo, il titolare dell’esercizio commerciale trovava davanti alla saracinesca dei crisantemi e scritte di minacce. Tutto preparato a tavolino come si vede nelle intercettazioni che abbiamo pubblicato.

In manette sono finiti Rosario La Barbera, nato Vicari (Pa) 57 anni, Gaetano Pravatà, nato a Palermo, 43 anni, Alessandro Ginelli, 40 anni, Giosuè Cucca, nato in Germania, 66 anni, Antonino Francesco Ciaramitaro, nato a Palermo 47 anni, Pietro Formoso, nato a Villafrati, nato a Villafrati 66 anni e Allesandro Ravesi, nato a Palermo, 38 anni.

Le indagini hanno ricostruito estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti come quella al titolare di un esercizio commerciale di Bolognetta, che voleva ampliare i locali e a cui sono stati chiesti 10 mila euro utilizzando un’impresa vicina a “Cosa nostra”. Le estorsioni erano a tappeto non risparmiavano neanche le realtà economiche più modeste. E’ il caso di un pescivendolo ambulante costretto a sborsare, 500 euro. La richiesta era perentoria “Abbiamo bisogno per i carcerati, mi devi dare 500 euro”.

Il ventaglio dei reati contestati comprende anche l’ipotesi di spendita di denaro contraffatto, approvvigionato negli ambienti malavitosi napoletani al costo di 4 euro per ogni banconota da 20 euro, nonché l’acquisto, a Palermo, di sostanza stupefacente da destinare allo spaccio nelle piazze di piccoli Comuni della provincia. Tra l’altro sempre a Napoli venivano acquistati capi griffati taroccati da immettere nel mercato.

Nell’operazione Jafar era emersa come erano tornate di moda le maniere forti in Cosa nostra, nei confronti dei commercianti. Anche allora a marzo del 2015 erano finiti in manette sette persone tra “soldati” e “colonnelli” e tra cui Giuseppe Vasta, presunto reggente del mandamento, Filippo Bisconti, reggente del clan di Belmonte, e Pietro Cireco, reggente della cosca di Bolognetta.

Del ritorno a una “mentalità stragista” aveva parlato il pentito di Bagheria, Antonino Zarcone, a proposito dei progetti dell’ex reggente del mandamento Franco Lo Gerfo (arrestato nell’operazione Sisma e condannato a 18 anni in primo grado). Secondo il collaboratore, prima di finire in carcere Lo Gerfo stava cercando di coinvolgere gli esponenti di vertice degli altri mandamenti mafiosi per uccidere una guardia penitenziaria e un poliziotto e “reagire allo Stato”.

“Il Franco – racconta Zarcone ai pm – lamentava sta situazione di stu maltrattamento dicendogli a Tonino Messicati Vitale che l’autorità si stavano prendendo ormai troppo lusso diciamo… ha una mentalità lui molto… non dico antica, però… a livello stragista. Voleva, voleva ritornare ai vecchi sistemi e iniziare a reagire perché non si poteva più sopportare una situazione del genere, di avere questi soprusi”. Addirittura si pensa a uccidere “a caso, a chiunque – dice Zarcone – abbia la divisa: carabinieri, polizia… basta, a caso”.

Il pugno duro era condiviso anche dal successore di Lo Gerfo, Giuseppe Vasta coadiuvato da tre colonnelli: Alessandro Ravesi, Giovanni Ippolito e Aristide Neri. Era stato pianificato il pestaggio di un commerciante e il sequestro di un albergatore che non aveva ceduto alla richiesta di pizzo.

Le estorsioni, infatti, continuano ad alimentare il tesoretto con il quale vengono sostenuti affiliati liberi e soprattutto i carcerati. I carabinieri, coordinati dai pm Alessandro Picchi e Francesca Mazzocco, hanno accertato cinque estorsioni a commercianti e imprenditori che hanno ammesso le richieste estortive e dato un contributo rilevante alle indagini. Pagavano tutti, a tappeto. Anche gli stessi affiliati se volevano costruire in un territorio “governato” da qualcun altro.

E’ quello che succede a uno degli arrestati, Filippo Bisconti che si è trovato costretto a rivolgersi al reggente di Villabate, Tonino Messicati Vitale. Reggente che era stato scarcerato proprio in questi mesi. Un incontro che, come racconta Zarcone, non è andato a buon fine. Messicati Vitale, avrebbe infatti sentenziato che se Bisconti si fosse presentato sul suo territorio per eseguire dei lavori con le proprie imprese, avrebbe dovuto pagare come un qualsiasi altro imprenditore “e forse più degli altri”. A dare un contributo alle indagini è stato anche un nuovo collaboratore di giustizia, Salvatore Sollima, di Bagheria, che ha intrapreso un percorso di collaborazione da libero. Le sue dichiarazioni confermerebbero quanto già detto da altri pentiti bagheresi.