Tutti conosciamo la differenza culturale che separa gli Stati Uniti all’Italia, ma in ambedue i Paesi, negli ultimi tempi, si sono dovuti affrontare crisi economiche e sportive che sono state risolte in modi completamente diversi.

Quando noi pensiamo allo sport americano crediamo che tutte le organizzazioni siano impeccabili, capaci di affrontare ogni problema senza ricorrere ad alcun “aiutino”, ma non è così. Anche nell’eldorado statunitense sono avvenuti casi di scioperi di franchigie sportive o peggio episodi che riguardano le scommesse sportive da parte di manager o giocatori di squadre “professionistiche” statunitensi.

In Italia, solo qualche anno fa, nell’estate del 2011 la AIC (Associazione italiana calciatori ) entrava in sciopero ritardando il campionato di Serie A di una giornata. Il casus era legato ai contrasti avuti con la Lega per un mancato accordo riguardo il contributo di solidarietà. Ovvero una proposta di legge che sarebbe andata a tassare solo coloro che percepiscono un reddito molto elevato. Il problema emerse quando le due parti non si riuscirono a mettersi d’accordo su chi sarebbe dovuto essere il pagatore di quelle tasse.

Negli Usa, invece, lo sciopero fu affrontato in modo completamente diverso dove il campionato rimase fermo addirittura per un paio di mesi.

Sia in Nba (basket) che nella Nhl (hockey) scioperi dei giocatori sono stati proclamati in diverse occasioni. Quello più recente, risale al 2011: il commisioner (gestore della lega) Nba David Stern non cedette alle pressioni dei giocatori prima che fosse stata fatta chiarezza sulla ridistribuzione degli introiti.

Il problema principale da risolvere era il salary cap, il tetto salariale, che i proprietari delle franchigie avrebbero voluto ridimensionare sia perché la crisi economica cominciava a farsi sentire anche in quel settore, sia perché più del 54 % dei guadagni di una squadra Nba vanno ai giocatori e non ai proprietari.

Ormai quasi dieci anni fa lo scandalo Calciopoli mise in luce finalmente i problemi di uno sport “malato”:il calcio italiano. E’ storia di questi giorni (e di questa città), invece, il nuovo scandalo che ha investito il Calcio Catania e la Serie B.

Ora si aspetta l’attenta analisi del caso e la sentenza da comminare ai quei tesserati che verranno ritenuti colpevoli. In Italia, già in passato, ci sono stati professioni finiti nella bufera per il calcioscommesse. In diversi casi chi ha pagato perché riconosciuto colpevole dai togati dello sport, dopo una squalifica anche severa, è poi tornato in campo.

Nella Mlb ( major league of baseball ) uno scandalo legato alle scommesse avvenne a fine anni ‘80. Nel 1989 Pete Rose, uno dei migliori giocatori di tutti i tempi, fu indagato e poi accusato di “gamble” su alcune partite in cui lui rivestiva il ruolo di manager dei Cincinnati Reds.

Arrivava a puntare fino a 20,000 euro al giorno sulla sua squadra. Questa fu la sentenza: “Pete Rose viene bandito per sempre dal gioco del baseball, non potrà più farne parte, non potrà mai più aver parte attiva in qualsiasi ruolo nel gioco del baseball”.

Una differenza sostanziale tra la giustizia sportiva americana e quella italiana è che negli Usa le pene sono severissime e le scappatoie pressoché inesistenti.