L’uccisione di Giovanni Falcone come di Salvo Lima furono un messaggio di Cosa Nostra ad Andreotti per vendicarsi del mancato rispetto degli accordi con la mafia da parte della politica e allontanare la sua nomina alla presidenza della Repubblica. A sostenerlo in sintesi è il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Assente all’aula bunker di Milano, il pm Nino Di Matteo, la cui trasferta nella città lombarda è saltata per motivi di sicurezza dopo le nuove minacce da parte di Totò Riina.

Secondo il pentito, durante una riunione nel 1991, Totò Riina disse che i politicanti lo stavano tradendo e per questo dovevano morire, in particolare Falcone, Lima, Mannino, Purpura e Martelli. Fu in quell’occasione che si parlò di ostacolare Andreotti, pur non uccidendolo.

Provenzano, stando alla deposizione di Brusca, avrebbe ipotizzato l’uccisione di Falcone a Roma, quando gli fu conferito di dirigere la sezione Affari Penali del ministero, ma Riina si oppose perché Falcone sarebbe dovuto morire in Sicilia. In questo modo avrebbe messo fuori gioco definitivamente Andreotti. “Fu allora che mi diede l’incarico”, precisa Brusca.