In Cosa nostra, durante il maxiprocesso veniva detto che tutto si sarebbe ridotto in una bolla di sapone. Non ci sarebbero state grandi condanne e tutto sarebbe andato bene“. Queste le parole del collaboratore di giustizia Leonardo Messina, rispondendo al pm Nino Di Matteo nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo.

Dopo l’ex boss di Caccamo Nino Giuffré il processo sulla Trattativa Stato-mafia cambia protagonista. La quattordicesima udienza  è infatti dedicata alla deposizione di “Narduzzu”, uomo di fiducia del capomafia di Caltanissetta Piddu Madonia.

“Ci veniva detto – ha proseguito il pentito – che in Cassazione avrebbero buttato tutto giù. Lillo Rinaldi, che frequentava Piddu Madonia, disse che Andreotti era ‘punciutu’, mentre c’era chi diceva che Andreotti fosse il figlio di papà. Salvo Lima e Andreotti erano i politici che dovevano garantire tutto questo e che poi il maxi processo sarebbe stato assegnato al giudice Carnevale in Cassazione e non ci sarebbero stati problemi”.

Messina fu arrestato nel 1992 e iniziò a collaborare con la giustizia grazie al suo contributo Paolo Borsellino preparò l’operazione “Leopardo” che portò in carcere 200 mafiosi. Messina è stato il primo pentito a fare il nome di Giulio Andreotti e rivelò l’esistenza della ‘Stidda’, organizzazione criminale attiva nella Sicilia centro-orientale dove si è ora contrapposta e ora alleata a Cosa Nostra.

“Narduzzu” è apparso come un boss “travagliato” da contrasti interiori. Ha infatti raccontato che dopo l’attentato a Giovanni Falcone, iniziò a pensare di lasciare la vita criminale: “Quando morì Falcone, in carcere tutti brindavano. Io invece rimasi a letto in stato confusionale. Ero combattuto, se continuare a uccidere o iniziare una nuova vita. Ho chiamato gli uomini delle forze dell’ordine e ho iniziato a collaborare”.
Il pentito ha dichiarato anche che Cosa nostra stava pensando alla costituzione di un partito. “Io ero con Borino Micciche’ e altri uomini d’onore e mi e’ stato detto chiaramente, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, che c’era una commissione nazionale che deliberava tutte le decisioni più importanti. Una commissione in cui sedevano i rappresentanti di altre organizzazioni criminali e il cui capo era Totò Riina. Un giorno c’era Umberto Bossi a Catania. Dissi a Borino Micciché: Questo ce l’ha con i meridionali e gli dissi ‘vado e l’ammazzo’. Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo. L’uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti. Si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato”.
Anche Messina, come altri collaboratori di giustizia, tira in ballo l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. “Ci fu un momento che la mafia in Sicilia decise di votare il Psi. Io stesso ricevetti l’ordine di votare Martelli che si prese degli impegni che, però, poi non mantenne. Poi quando diventò ministro della Giustizia – ha aggiunto – andò in tv a dire che non sapeva nulla, che lui in Sicilia incontrava solo persone perbene, ma invece vedeva Angelo Siino“.

In apertura di udienza il pentito aveva raccontato il suo modo di intendere l’appartenenza Cosa nostra. “Per gli uomini d’onore, quello con la mafia è un legame che va onorato come si onora un matrimonio. Quando con mia moglie ci siamo sposati, abbiamo giurato di onorarci tutta la vita, e ho giurato di onorare la mafia tutta la vita.Io sono stato un uomo d’onore che ha giurato due volte, una volta con Luigi Calì, di cui ero il braccio armato. Successivamente Calì fu ucciso e io fui richiamato, giurando un’altra volta”.