È la giornata del pentito Gaspare Spatuzza, ex affiliato al clan di Brancaccio di Palermo, nel processo per la presunta trattativa Stato-mafia in corso, per ragioni di sicurezza, nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla II corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto.

Don Pino Puglisi voleva impossessarsi del nostro territorio. Inizialmente si doveva simulare un incidente doveva sembrare una rapina e nascondere l’impronta di cosa nostra nell’omicidio”. Così Spatuzza spiega il movente dell’omicidio del parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, in quegli anni nelle mani dei boss della famiglia Graviano.

Il super pentito di Cosa nostra davanti ai giudici della II corte d’Assise di Palermo, ricostruendo l’omicidio di don Pino Puglisi, avvenuto nel settembre del 1993 sostiene che il sacerdote “si era intromesso in attività che controllava Cosa nostra e per far capire chi comanda don Puglisi ne ha pagato le conseguenze. Abbiamo iniziato delle osservazioni – dice Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”.

Gaspare Spatuzza racconta inoltre che c’era anche uno sconosciuto, un personaggio misterioso alla consegna dell’auto, una Fiat 126 che aveva rubato e che sarebbe stata poi utilizzata nella strage di via D’Amelio nel luglio del 1992 dove morì il giudice Paolo Borsellino. La consegna della macchina sarebbe stata consegnata in uno scantinato alla presenza di “Fifetto Cannella, Antonino Mangano e Renzino Tinnirello” più un’altra persona che Spatuzza asserisce di non conoscere. “L’ho sempre descritta come un negativo sfocato di una fotografia, non era ragazzo, forse sulla cinquantina ma posso dire al 100% che non era persona di mia conoscenza e appartenente a Cosa nostra”.

“Graviano non usò mai con me l’espressione trattativa. Disse che c’era una cosa in piedi. Allora io, inserendo quella frase nel contesto in cui venne pronunciata, capii pero’ che alludeva a un accordo, a una trattativa”. Lo ha detto il pentito Gaspare Spatuzza, deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia, rispondendo al pm Nino Di Matteo che gli ha contestato che in altre occasioni aveva espressamente parlato di trattativa. “Graviano non lo disse – ha risposto – ma se non era trattativa quella cosa lo e’?”.

“Dopo le stragi di Roma e Milano nel ’93, progettammo dei sequestri di persona per finanziare la nostra attività: avevamo già scelto gli obiettivi e i nascondigli. Dovevamo rapire il nipote di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio e il proprietario del Giornale di Sicilia Ardizzone”. Lo ha rivelato in aula il pentito Gaspare Spatuzza. “Il piano, che poi fu accantonato, era in fase avanzata – ha aggiunto – E Graviano con una battuta mi disse: ‘affidiamo i sequestrati ai latitanti, gli diamo un po’ di lavoro'”.

Alla domanda del pm Di Matteo se poi avesse piu’ rivisto successivamente questa persona sconosciuta Spatuzza ha risposto “mai, assolutamente”. “Da Fifetto Cannella – ha raccontato Spatuzza ripercorrendo la vicenda dell’auto – seppi che si doveva rubare una Fiat 126, l’incarico del furto l’ho portato a compimento purtroppo. Nessuno mi disse che doveva essere utilizzata per la strage di via D’Amelio. L’unica cosa che mi è stata detta da Giuseppe Graviano era di stare il più lontano possibile da Palermo la domenica”.

Nei giorni scorsi al processo, sempre a nell’aula bunker di Rebibbia, sono stati ascoltati l’ex militante di Avanguardia nazionale Paolo Bellini e il pentito Fabio Tranchina.

C’è anche il pm Nino Di Matteo nell’aula bunker di Rebibbia per l’interrogatorio di Spatuzza davanti alla II corte d’assise di Palermo. Di Matteo, che recentemente ha ricevuto gravi minacce da parte di Totò Riina, imputato nel processo e che segue le udienze in video conferenza dal carcere di Milano. Accanto a Di Matteo il procuratore di Palermo, Vittorio Teresi e i sostituti Roberto Tartaglia e Francesco del Bene.