Riparte presso l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo il processo sulla trattativa Stato-Mafia che vede tra gli imputati l’ex presidente del Senato Nicola Mancino e i generali Mario Mori e Antonio Subranni. Stamani, davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Alfredo Montalto si sono presentati in qualità di teste il direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro, la giornalista Sandra Amurri e il senatore (ex Fli) Aldo Di Biagio.

Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Padellaro ha riferito quanto scritto in un articolo a proposito degli anni di sangue ‘92-‘93, riguardo agli omicidi Lima, Falcone e Borsellino: “Con l’omicidio di Salvatore Lima si cominciò a capire che la politica stava diventando un’altra cosa”. Il giornalista ha raccontato poi dell’intervista all’ex presidente della Regione Rino Nicolosi (Dc): “Era terrorizzato da quel clima. Scrissi un articolo mantenendo la promessa di non rivelare la fonte delle informazioni”.

Sull’intervista all’ex ministro Dc Calogero Mannino dell’8 luglio ’92, il direttore del Fatto Quotidiano ha raccontato: “Mi parve un uomo agitato, spaventato. Si sentiva braccato”. Secondo il giornalista, Mannino dichiarò di aver evitato di andare in Sicilia: “Temo che cosa nostra venga messa al corrente, da alcuni infiltrati, della mia presenza sull’aereo. Fui avvicinato e ricevetti pressioni per attuare misure meno repressive e ridurre le pressioni sulla mafia. Io non ho ceduto e sono stato messo nella lista nera. Non ho paura di morire ma temo di restare in questa condizione di condannato a morte”.

Padellaro ha descritto l’analisi fatta dal politico del contesto delle stragi, raccontando una fase di trasformazione di Cosa Nostra da “potere in connessione con altri poteri” al pari con la politica a “organizzazione feroce in mano ai corleonesi che non voleva ne mediare ne spartire con nessuno il proprio potere”. “Il maxi processo – ha proseguito Padellaro riportando l’intervista dell’8 luglio ‘92 con Mannino – era divenuto il punto di un nuovo accordo con la politica. Cosa nostra offriva alla Stato di ingabbiare i mafiosi della cosa nostra perdente e in cambio la Cassazione doveva rimettere in libertà i mafiosi dell’ala vincente“.

Ma l’ex ministro raccontò che i patti non erano stati rispettati dal governo Andreotti che invece inasprì le leggi, ancor prima dell’assassinio di Lima che rappresentò un “segnale che la mafia era scesa sul piede di guerra”.

E sempre sull’ex ministro verte la seconda deposizione di oggi in aula bunker. La giornalista Sandra Amurri, parlando al pm Francesco Del Bene, ha ricostruito una conversazione ascoltata al bar “Giolitti” di Roma nel dicembre 2011 all’insaputa degli interlocutori. Mannino, conversando con un altro esponente della Dc, Giuseppe Gargani, avrebbe detto in merito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione“.

Mannino avrebbe ripetuto in modo concitato e preoccupato a Gargani di dire “a De Mita di ripetere la stessa versione. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello, il padre, di noi sapeva tutto. Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.

La Corte ha infine aggiornato il processo al prossimo 16 gennaio con l’audizione del pentito Gaspare Mutolo.