Anche l’amministrazione della giustizia non si sottrae alla disciplina ferrea di bilancio del “fu” governo dei professori. E’ iniziato il conto alla rovescia per il decreto legislativo ribattezzato “taglia tribunalini”, nato in tempi di spending review sotto il governo Monti con l’obiettivo di ridurre i costi della giustizia sopprimendo tribunali di piccole dimensioni.

Da settembre, quindi, le economie generate dal quel decreto diventeranno costi aggiuntivi per i Comuni verso cui saranno dirottate le sedi giudiziarie soppresse.

La riforma fu presentata dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino come un salto di qualità nell’organizzazione degli uffici giudiziari. I conti presentati dal Ministro ipotizzavano un risparmio di 51 milioni di euro per le casse dello Stato. In tempi di lacrime e sangue per tutti i settori produttivi del Paese e per tutte le fasce sociali pareva cosa buona e giusta e nessuno fiatò. Così, con il decreto 155 del 2012, si stabilisce di accorpare l’attività dei “tribunalini” a quelli più grandi, aumentando efficienza e produttività e riducendo i costi complessivi a carico dello Stato.

Nel complesso la riforma della geografia giudiziaria tocca 31 tribunali, 31 procure, 220 sezioni distaccate e 667 uffici del Giudice di Pace.
In realtà non si è trattato che di un effetto carambola: la riforma abbassa i costi dello Stato ma riversa spese aggiuntive, senza prevedere alcuna compensazione, sulle casse dei Comuni, mai come in questo caso ultima ruota del carro istituzionale su cui spalmare a pioggia gli effetti della spending review.

La riforma però non ha preso in considerazione i conti dei Comuni che ospiteranno le sedi giudiziarie “renforces”. Già, perché una legge del 1941, la 392, obbliga i Comuni dove hanno sede gli uffici giudiziari a sostenere i costi per locazioni, personale, utenze e manutenzione ordinaria. Rispetto a questo parametro, la riforma “taglia tribunalini” non prevede nessun concorso di spese da parte dei Comuni che appartengo alla stessa circoscrizione, ma solo un contributo annuo corrisposto dallo Stato in rate semestrali posticipate.

Sul piano contabile la riforma Severino è stata accolta in modo univoco: tutti scontenti, da Nord A Sud. Scontenti i Comuni che si vedono cancellate le sedi giudiziarie, scontenti i Comuni obbligati all’accorpamento.

In Sicilia esistono due case histories antitetiche. La prima riguarda il centro di Nicosia. La sede giudiziaria di quel comune è stato accorpata al Tribunale di Enna. Ma, come ha spiegato Giuseppe Agozzino, avvocato civilista e componente del direttivo Unione dei Fori Siciliani, il risparmio di questo nuovo assetto organizzativo è solo apparente. Agozzino ha simulato, con l’ausilio di una ditta specializzata, i costi per il trasferimento dei fascicoli da Nicosia a Enna: l’intera operazione di trasloco costerebbe circa 100mila euro. Un costo che di certo non è destinato a ripetersi, perché il trasloco si fa una volta sola, ma resta da sciogliere il nodo dei costi sociali: cittadini di Nicosia costretti a raggiungere Enna per le proprie controversie legali o a pagare parcelle più salate ai propri avvocati. Per non parlare dei costi dei dipendenti, costretti a diventare pendolari ad vitam.

Sul versante opposto c’è il caso del tribunale di Termini Imerese, che da settembre prenderà in carico le sezioni distaccate di Cefalù, Corleone e Bagheria, oltre a nove uffici locali dei Giudici di Pace presenti nei Comuni del distretto. Il sindaco di Termini Imerese, Salvatore Burrafato, ha chiesto al segretario generale del comune Raimondo Liotta di fare i conti di quanto costerà l’aggregazione forzosa.

Solo per l’adattamento dell’Ufficio Notificazioni e Protesti, con il trasferimento di mobili e attrezzature delle sezioni soppresse, oltre alle utenze della nuova sede ed il certo incremento dei consumi per energia elettrica, telefonia, spese di custodia e manutenzione, i costi si aggireranno tra i 100mila e i 150mila euro, con un’incidenza del 14,82% in più sui costi del personale a tempo determinato, che complessivamente nel 2012 era stato di 1.409.915 euro. Altro nodo spinoso sono i tempi di pagamento dell’amministrazione centrale dello Stato: il Comune di Termini Imerese vanta ancora un credito di 598.412 euro con il Ministero della Giustizia per spese anticipate nel 2010 e 2011. Così Burrafato, carta e penna alla mano, nell’ottobre dell’anno scorso, ha scritto al Ministero della Giustizia per ricordare quel credito non soddisfatto, spiegando che quelle somme anticipate dal Comune, sono necessarie per garantire tutti i passaggi economici ed organizzativi per il riassetto imposto ai distretti giudiziari.

A conti fatti i risparmi promessi dalla riforma sono solo di facciata e gravano tutti sulle spalle dei comuni. Ma il piano di riorganizzazione non si ferma. Il 26 aprile, come ultimo atto del proprio incarico, il ministro Severino ha approvato il disegno definitivo della nuova pianta organica dei distretti giudiziari. La riforma però, potrebbe non vedere la luce il 13 settembre, data in cui il decreto diventerà operativo a tutti gli effetti. Sulla riforma infatti incombono quattordici ricorsi presentati alla Consulta contro la nuova geografia giudiziaria. La pronuncia è attesa per il 2 luglio.