“Di fronte a qualsiasi minaccia criminale, qualunque fosse il rischio o il peso del fatto criminale sono stato sempre convinto che lo Stato non doveva comunque cedere perché il cedimento dello Stato avrebbe portato inevitabilmente al ripetersi dei fatti di violenza. E poi c’era anche la dignità dello Stato che poteva essere calpestata”.

Ha esordito così Nicolò Amato, ex capo del Dap, al processo sulla trattativa Stato-mafia, in corso in trasferta nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia interrogato dai pm Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene, Nino Di Matteo e Vittorio Teresi.

“Dopo la strage di Capaci concordammo con l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli di reagire nel modo più duro possibile e volemmo dare alla mafia non solo una risposta politica, ma anche emotiva. Volemmo dimostrare al Paese che lo Stato reagiva con i mezzi più duri”.

Come primo segnale si decise di riattrezzare le supercarceri di Pianosa e Lasinara che erano state dismesse. “Non ebbi l’impressione che nel Governo ci fossero opinioni discordanti”, ha detto. Dopo la strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino, lo Stato diede un’altra stretta.

“Il ministro Giovanni Conso si preoccupava che vi fosse il consenso del ministro dell’Interno Mancino  sull’applicazione dei 41 bis”.  “In un episodio tra febbraio e giugno 1993 ho avuto un diverbio con Conso. Avvenne a Ciampino nel giorno in cui ci fu un incendio nel carcere di Sulmona. Ricordo che parlando dell’applicazione del regime 41 bis a certi detenuti Conso si preoccupò di informare e di avere l’assenso del ministro Mancino. Io dissi che a mio parere non vi era necessità perché ritenevo che non fosse competente. Dissi proprio che questo era di nostra competenza e che al massimo potessimo informare ma non vi erano ragioni per chiedere un consenso o un accordo preventivo al ministro dell’Interno”.

Amato ha anche ricordato l’episodio dell’applicazione e della revoca del 41 bis alle carceri di Poggio Reale e Secondigliano (regime applicato il 9 febbraio e revocato poi il 21 febbraio). “Ci fu un interferenza a mio avviso del ministero degli Interni espresse anche dal prefetto di Napoli. Ricordo che poi quando vi fu la revoca Conso mi disse anche di informare Mancino e io mandai una nota dicendo che avevo già avvertito Parisi e Lauro (Capo gabinetto ministro dell’Interno) anche se mi preoccupavo che quella revoca portasse a tensioni che mettevano a rischio il personale che poteva sentirsi abbandonato. Comunque quelle interferenze del ministero degli Interni le ritenevo un pochino fuori posto. E credevo che il prefetto di Napoli non si doveva impicciare su queste cose”.