“Quando c’è stato l’avvicendamento tra Amato-Fazioli con Capriotti-Di Maggio eravamo tutti perplessi. Durante la gestione di Capriotti e Di Maggio non ci fu quell’intesa, quella tranquillità del precedente periodo. Capriotti e Di Maggio erano agli antipodi. Il primo era un magistrato vecchio stampo, tranquillo signorile. Di Maggio era un gran lavoratore, ma anche un accentratore. Una personalità effervescente che spesso travalicava il suo ruolo. La sensazione era che Di Maggio imponesse le sue decisioni anche a Capriotti”.

Così l’ex direttore dell’ufficio detenuti del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Andrea Calabria, ha raccontato, durante il processo sulla trattativa Stato-mafia, il periodo vissuto nella primavera del 1993, quando ci fu l’avvicendamento tra Nicolò Amato e Adalberto Capriotti al vertice del Dap.

“L’allontanamento di Amato – ha spiegato – fu una notizia improvvisa, che ci colse di sorpresa. Amato aveva ben operato per dieci anni. Si sparse la voce che la decisione veniva da Scalfaro e che il suo successore fu deciso dai cappellani. Ci aspettavamo, poi, che come vice di Capriotti fosse nominato Giuseppe Falcone, aveva una grande esperienza. Era sicuramente una persona di polso, tanto che qualche sindacato di polizia penitenziaria temeva una sua eventuale nomina. Di chi fosse la paternità della nomina di Francesco Di Maggio come vice al Dap non si è mai saputo”.

Lo stesso Nicolò Amato, ascoltato in una precedente udienza non parlò espressamente di complotto, ma il senso fu quello. Dietro al suo allontanamento dalla guida del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, a giugno del ’93, ci sarebbe stato un disegno preciso: togliere di mezzo chi come lui, dopo le stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio, aveva sostenuto attraverso il 41 bis una politica carceraria di rigore verso gli uomini d’onore.

La sua tesi sulla vicenda relativa al suo allontanamento dal Dap dopo dieci lunghi anni, Nicolò Amato l’ha scritta in un libro e l’ha ribadita nel corso della sua lunghissima testimonianza al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia rispondendo ai pm che, nelle manovre tese ad alleggerire il carcere duro per i mafiosi, vedono una delle prove del patto tra pezzi delle istituzioni e i clan.

Il 26 giugno 1993 il Dap inviò al ministro della Giustizia, Giovanni Conso, una nota dove si proponeva di non prorogare più di trecento provvedimenti di 41 bis “per creare un clima positivo di distensione nelle carceri”. Nel novembre del 1993 il ministro lasciò decadere il carcere duro per 334 detenuti.

“Non ricordo bene come siano andate le cose – ha spiegato Calabria – Sul piano della valutazione politica del ministro non so nulla”. “Per i rinnovi del 41 bis – ha detto – serviva una motivazione circostanziata, basata non solo sulla posizione giuridica ma anche di elementi individualizzati. Il problema proveniva da una formulazione generica del 41 bis, che adesso è molto più preciso”.

Secondo la Procura, la sostituzione del direttore del Dap Nicolò Amato con Adalberto Capriotti costituì il tentativo di mettere alla guida del Dipartimento un uomo che avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo sul carcere duro ai boss avviato da parte dello Stato con la mafia. Per evitare nuove stragi e omicidi eccellenti, sempre secondo i pm, pezzi delle istituzioni avrebbero trattato con Cosa nostra concedendo, oltre all’impunità al boss Bernardo Provenzano, un alleggerimento dei 41 bis realizzato, nel novembre del ’93, con la mancata proroga di oltre 300 provvedimenti di carcere duro.

“La nota – ha detto Calabria – aveva a che fare con la situazione interna alle carceri perché l’estensione del 41 bis a molti detenuti aveva creato una serie di problemi anche a livello di gestione. Emettere il 41 bis per un soggetto che veniva dalla libertà era abbastanza semplice, cosa diversa era la proroga. Questo ci ha costretto a chiedere, man mano che i decreti arrivavano a scadenza, informazioni ai servizi centrali, alla polizia, ai carabinieri, alle procure”.

Il pm Nino Di Matteo ha chiesto a Calabria come mai il 29 ottobre, appena prima che Conso desse il suo benestare per il mancato rinnovo dei 41 bis, la Procura di Palermo ricevette una nota nella quale si chiedeva un parere per prorogare o meno il carcere duro per i 334 detenuti per i quali il regime penitenziario sarebbe scaduto il 2 novembre.

“Un tempo troppo ristretto – ha ammesso Calabria, che firmò quella richiesta – Di sicuro sono informazioni che avevamo già chiesto in passato e in quel caso cercavamo solo di fare il punto della situazione. Del resto, le forze dell’ordine non avevano l’obbligo di risponderci a quei tempi. Comunque, anche se i 41 bis erano scaduti, nulla impediva, nel caso fossero pervenute informazioni sui detenuti che andassero verso una indicazione di carcere duro, che fossero ripristinati”.