“Oggi ricordiamo una persona che ha sacrificato la propria vita coscientemente. Sapeva il rischio a cui andava incontro, e aveva chiarissimo il pericolo a cui si esponeva”. Così il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, ha ricordato stamani a Palermo, Rocco Chinnici, ucciso con un’autobomba la mattina del 29 luglio di trent’anni fa insieme ai due uomini di scorta e al portiere del suo palazzo. “Chinnici è un uomo che ha dato tutta la sua vita per il Paese, ma non l’ha data invano – ha proseguito il ministro -. Perché la sua morte ha segnato un momento importante, ed ha lasciato una professionalità e un modo di contrastare la mafia che è stato molto utile negli anni successivi. Ricordiamo un eroe, perché tale è, con gratitudine”.

Fu l’attentato che il 29 luglio 1983 per la prima volta materializzò a Palermo lo spettro delle stragi di mafia: un’utilitaria imbottita di esplosivo, lo scoppio violentissimo attivato con un comando a distanza, la distruzione, la morte. Cosi’ furono uccisi il capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale Rocco Chinnici, i carabinieri di scorta maresciallo Mario Trapassi e appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Quando Chinnici varcò il portone di via Pipitone Federico per andare in ufficio, alle otto e dieci, una Fiat 126 parcheggiata di fronte fu fatta esplodere con un comando a distanza.

Sopravvisse solo l’autista Giovanni Paparcuri, parzialmente protetto dalla blindatura, ma comunque gravemente ferito. Trenta anni dopo Palermo ricorda ancora quell’eccidio. Nel 1979 Chinnici venne nominato consigliere istruttore e iniziera’ a dirigere da titolare l’ufficio in cui opera da tredici anni. E’ in questo periodo che progetto’ il lavoro di gruppo, una rivoluzione per gli uffici giudiziari, dando forma al primo nucleo di quello che sarà il pool antimafia. Accanto a se’ volle tra gli altri due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ con loro che mise in cantiere le prime indagini di quelli che si caratterizzeranno come i piu’ grossi processi per mafia degli anni Ottanta. Per tutti, il “rapporto dei 161”, la premessa del futuro primo maxi-processo. Rocco Chinnici ebbe un’altra grande intuizione: aveva compreso, infatti, l’importanza della cultura della legalità e della prevenzione e fu il primo magistrato a incontrare gli studenti delle scuole e delle universita’.

Rocco Chinnici è stata una delle personalità che ha fatto la storia giudiziaria del nostro Paese: un esempio di coraggio, un modello per tutti i magistrati e i cittadini. Nel suo ricordo bisogna proseguire senza sosta la lotta al crimine organizzato, sostenendo il lavoro di magistrati e Forze dell’Ordine”. Lo ha detto Gianpiero D’Alia, ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, in via Pipitone Federico, a Palermo, a margine della cerimonia di commemorazione del giudice Rocco Chinnici, dei carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, del portiere dello stabile Stefano Li Sacchi, anni fa da un attentato mafioso.

“Ricordare Rocco Chinnici con i fatti”. Lo dice il deputato regionale del Pd e vicepresidente della Commissione Antimafia all’Ars, Fabrizio Ferrandelli in occasione del trentesimo anniversario della strage di via Pipitone Federico dove morirono il giudice Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile dove abitava il giudice.

“Sono convinto – aggiunge – che miglior modo per ricordare il sacrificio di tanti eroi sia con i fatti. Ognuno deve fare qualcosa, diceva don Pino Puglisi e la politica ha le armi, se vuole, per sconfiggere le mafie”. “Questo fine settimana, in qualità di vicepresidente dell’Antimafia regionale – continua Ferrandelli – ho partecipato a Reggio Calabria, alla prima riunione dei vertici degli organismi regionali antimafia del Mezzogiorno (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia). In quella sede ci siamo posti alcuni obiettivi: innanzitutto nelle scuole di tutt’Italia scoccherà “l’ora della legalità” (da istituire con una proposta di legge d’iniziativa delle Regioni del Sud); in secondo luogo, per le aziende ci sarà un ‘”rating antimafia”, per favorire le imprese che rispettano maggiormente legalità e trasparenza, con un sistema di ‘”premialità” nei bandi pubblici; e poi, le certificazioni antimafia rilasciate dalle Prefetture dovranno essere più tempestive, certe ed esaustive a garanzia delle scelte degli amministratori locali; per ultimo, nel Mezzogiorno saranno promosse iniziative comuni e condivise contro le ‘”ecomafie”, per una corretta gestione del ciclo dei rifiuti, in particolare in materia di trasporto e smaltimento dei rifiuti pericolosi e di gestione delle discariche”.

“Sono certamente solo alcune cose e ce ne sono tante altre da fare – conclude Ferrandelli – ma è questo quello che la politica deve fare: meno passerelle, più leggi contro le mafie”