Usare i farmaci biosimilari per far risparmiare il sistema che rischia di non essere più sostenibile e per liberare risorse che possano permettere nuove terapie.

L’uso dei farmaci ospedalieri biosimilari è stato al centro di un incontro avvenuto a Palermo, nell’Aula Magna dell’ospedale Cervello, tra clinici, esperti di farmacovigilanza, dirigenti del servizio farmaceutico regionale, ricercatori, farmacisti ospedalieri, endocrinologi, provenienti da più province siciliane. L’obiettivo: dare il proprio contributo di idee al risparmio della spesa farmaceutica territoriale.

L’argomento scelto è stato proprio l’utilizzo dei biosimilari, quei farmaci comparabili in termini di qualità, efficacia e sicurezza ad un farmaco biotecnologico già in commercio il cui brevetto è scaduto e che hanno un costo nettamente inferiore al “griffato”.

“I soldi per la sanità sono sempre meno soprattutto per la farmaceutica. Questi risparmi ci permetteranno, da un lato, di recuperare risorse da destinare ai nuovi farmaci che saranno disponibili, sempre più efficaci, dall’altro di evitare di incidere sui cittadini con i ticket”.

I biotecnologici (non hanno nulla a che fare con i farmaci generici), hanno cambiato la storia di alcune patologie gravi quali tumori, artrite reumatoide, malattie endocrine, ma il loro costo è molto alto.

L’impiego dei biosimilari porterebbe nel Paese un risparmio di milioni di euro (si parla intorno a 500 milioni l’anno). I biotecnologici biosimilari rappresentano oggi un’enorme opportunità per favorire l’accesso alle terapie innovative a un più alto numero di persone e consentire la sostenibilità economica dei sistemi sanitari. Purtroppo, la penetrazione di questi prodotti cambia da Regione a Regione.

In Sicilia rappresentano una realtà più affermata rispetto ad altre regioni del Meridione, ma ancora non basta.
Purtroppo, si riscontrano differenze nell’offerta curativa da azienda ad azienda, da provincia a provincia. “Lo sforzo deve essere quello di rendere l’offerta di questi farmaci omogenea in tutta la regione”, chiedono gli esperti. E il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sottolinea l’impegno del ministero per superare le difformità tra Regioni nei livelli di assistenza, col rafforzamento delle prerogative dello Stato per la tutela della salute. In altre parole, fine dell’eccessiva frammentazione di competenze un campo sanitario tra Stato e Regioni.

“I biosimilari – commenta il professore Achille Patrizio Caputi, ordinario di farmacologia all’Università di Messina – sono uno strumento che permette di risparmiare. Hanno la stessa efficacia dei “griffati”, come appurato dall’Agenzia europea per il farmaco. Uno strumento che dobbiamo assolutamente sfruttare per recuperare risorse”.

“La Regione Siciliana – continua Caputi – ha adottato una linea fortemente favorevole ai biosimilari, chiedendo ai medici di motivare scelte di natura diversa. Prima di questa delibera il biosimilare non veniva usato quasi per nulla. Oggi, grazie a queste direttive, la Sicilia sta sfruttando l’opportunità, ma occorre che si faccia di più”.

Le principali molecole biosimilari utilizzate nell’Isola riguardano il trattamento dell’anemia causata da insufficienza renale cronica e dell’anemia nei pazienti adulti sottoposti a chemioterapia (epoetina biosimilare), la stimolazione della produzione di globuli bianchi in caso di neutropenia (diminuzione di cellule deputate alla difesa da infezioni batteriche). Questi due biosimilari hanno raggiunto, nell’Isola, un impiego, rispettivamente, del 16% e del 46%. Altro farmaco disponibile anche come biosimilare è la somatropina (ormone della crescita) che però in Sicilia ha ancora una quota di impiego pari al 6%, più basso rispetto alla media nazionale.

“Nella mia esperienza – osserva Roberto Bordonaro – direttore dell’oncologia medica dell’Arnas Garibaldi di Catania – i biosimilari sono assolutamente in grado di sostituirsi ai farmaci originali e rappresentano una grossa opportunità di recupero di risorse da impiegare per garantire l’accesso a farmaci nuovi e sempre più efficaci”.

Sulla stessa linea il professore Caputi. “Significa che si può risparmiare enormemente utilizzando farmaci che hanno la stessa efficacia terapeutica, ma che costano meno Ciò apre la prospettiva di acquistare, col risparmio ottenuto, farmaci innovativi che stanno per essere diffusi. In altri termini, recuperare risorse da reinvestire nel migliorare la qualità delle terapie”.

Purtroppo, viene evidenziato che sui biosimilari c’è ancora poca informazione. “È necessario – sottolinea Bordonaro – uno sviluppo culturale. Occorre una presa di coscienza generale della equiefficacia di questi farmaci, un fatto scientificamente assodato, ma che deve passare culturalmente anche nell’opinione diffusa. Per questa crescita serve una forte collaborazione fra decisori di spesa, amministratori e clinici”.

D’accordo tutti i presenti al convegno di Palermo sul fatto che i risparmi derivanti dalle scadenze brevettuali devono restare all’interno della spesa farmaceutica. “Se i risparmi – dicono gli esperti – vengono usati per altre cose e il tetto della farmaceutica ridotto, ci saranno forti difficoltà per la salute dei siciliani”.

Purtroppo, in Sicilia, accade che i risparmi attuati nella Sanità entrano nel calderone regionale e vengono utilizzati in altre direzioni. Ed ecco la domanda corrente tra gli addetti alla salute: “Perché fare di tutto per risparmiare in un comparto così importante e, nello stesso tempo, così fragile, se poi le somme risparmiate non vengono reinvestite per migliorare la Sanità e non gravare i siciliani di pesanti ticket?”. Un fenomeno che aumenta la disincentivazione al risparmio.