E’ un sabato pomeriggio e i bolognesi amano vivere la loro città andando a spasso per il centro. Si finisce per andare a prendere un caffè in via D’Azeglio che già accenna con le sue luci al vicino Natale. A metà della strada tutti incontrano con lo sguardo il portone di uno dei più belli e antichi palazzi che è ormai un monumento perché da lì, seppure con gli occhi della memoria, sale e scende un uomo piccolo che rappresenta la storia della musica italiana.

Oggi è un giorno speciale perché c’è un motivo in più per andare a trovarlo. C’è lui con i suoi inseparabili occhiali, la cuffia in testa, una canotta e una collana che sembra un rosario. Michele Mondella, membro del comitato scientifico della Fondazione, nata un anno fa promuove ‘A casa di Lucio’, una tre giorni da domenica a mercoledì durante i quali si possono visitare le stanze della casa.

La cosa interessante è che si può assistere alle esibizioni di artisti e intellettuali, da Gianni Morandi a Sergio Castellitto, passando per Gigi D’Alessio, Ornella Vanoni, Samuele Bersani, Vito Mancuso e Walter Veltroni. Ma ad attirare lo sguardo è uno scrigno, come lo definisce Michele Mondella perché contiene la versione rimasterizzata di Come è profondo il mare, Lucio Dalla e Dalla-. Si tratta di tre album fondamentali, un libro di 148 pagine con allegate foto, testimonianze e il dvd del super famoso film “Banana Republic”, documentario sul tour che Dalla fece nel 1979 con De Gregori.

Il film più oscuro della storia del cinema come lo definisce Alessandro Colombini, perché non avevano nemmeno i soldi per comprare le luci. Anche “Anna e Marco”, nato da un brano “Sera”, rifatto e divenuto un film di tre minuti e mezzo che è, a pieno titolo, tra le sue cose migliori. Alle tastiere di Banana Republic c’era Gaetano Curreri, un altro protagonista della canzone italiana, leader degli Stadio, che devono a lui quello che sono oggi.

Le canzoni di Lucio hanno una universalità perché hanno dei testi che, in taluni punti, hanno dei vuoti, dove chi ascolta può vedere riflessa un po’ della propria storia. Guardarsi attorno ti dà i brividi, gli stessi che sentivi con le sue canzoni o meglio poesie/canzoni. Ci sono i dischi d’oro, i Telegatti, le foto strane che ce lo facevano amare di più e da qualche parte, in quella stanza c’è sicuramente lui, con il suo accennato sorriso, come fosse stupito di tanta ammirazione. Quanti giovani sono diventati vecchi cantando le sue canzoni, cercando di vedere con i suoi occhi, inseguendo il successo che, grazie a lui, è poi arrivato. Non stupisce che i negozianti di via D’Azeglio, i bar dove faceva mattina, ne parlino come fosse appena passato per rientrare a casa.

E quei barboni che, sotto i cartoni per proteggersi dal freddo, aguzzano nel buio lo sguardo per vederlo, memori della sua generosità. Ogni Natale li riuniva tutti in un ristorante, “Da Napoleone”, ed offriva loro un pranzo. L’unico a non mangiare era lui perché si saziava guardandoli, finalmente al caldo, tutti uniti nel nome di Lucio. Ecco perché Lucio non muore e tutti i pomeriggi la sua musica invade la sua via.

Chi passeggia lo sente accanto a sé. Il successo non lo aveva cambiato e lo condivideva volentieri con i giovani, aiutandoli con la sua collaborazione ad emergere. Lui era oltre le invidie, la competizione, la superbia, era rimasto un uomo con le sue idee, a volte strano ma sempre vero. E superato l’androne della sua casa, ci si avvia verso Piazza Grande seguiti da questa scia di note che la sua città, Bologna, tutti i giorni nel tardo pomeriggio, trasmette. Ecco, chi vuole incontrarlo ora sa dove andare, quale via percorrere. Basta seguire quelle canzoni divenute “arte”, perché create, vissute e regalate al cuore di tutti, come diceva lui “barboni, marinai e puttane”.