La chiesa è la stessa da cui era uscito venticinque anni fa Leonardo Vitale; poco prima si era confessato e aveva partecipato alla celebrazione Eucaristica. L’attentato avvenne davanti casa sua il 2 dicembre 1984 ma la sua morte effettiva, all’età di 43 anni, risale al giorno 7 dello stesso mese.

L’attentato di Vitale – aveva spiegato ai magistrati un ex boss, poi collaboratore di giustizia – era una lezione. “Come dire, anche fra 10, 20 anni, noi ti cercheremo sempre”.

La memoria che in quest’occasione viene fatta di Leonardo non è quella dell’uomo mafioso, né tantomeno del pentito e collaboratore di giustizia, ma della conversione e del sacrificio consapevole della sua vita. Il suo pentimento fu il frutto di un percorso interiore che, da quando rimase orfano all’età di dodici anni e fu adottato dallo zio Giovanbattista Vitale, uomo d’onore della famiglia di Altarello di Baida, lo travagliò fino al punto che il 29 marzo 1973 si recò spontaneamente in Questura per autoaccusarsi (commissario era Bruno Contrada) di gravi delitti, tra cui alcuni omicidi e quelli compiuti da Cosa Nostra.

Fu il primo che, per motivi di coscienza, rivelò l’organizzazione mafiosa in Sicilia e i legami tra mafia e politica. Vitale pagò queste rivelazioni con il carcere e con dieci lunghi anni di manicomio giudiziario, ove fu sottoposto a numerosi elettroshock perché la mafia voleva dimostrare la sua follia e invalidare così le sue dichiarazioni.

Io sono stato preso in giro – dichiarava durante un interrogatorio – dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere; pazzi!”.

E alla mamma e alla sorella Maria (oggi monaca di clausura) scriveva: “Sono più sereno e questa serenità la devo al nostro Gesù e alla Santissima Vergine Maria che prego sempre più fervorosamente di darmi il cuore simile al loro, buono e caritatevole, affinché possa un giorno risorgere con loro per servirli eternamente in paradiso. (…) Io posso dire di essere rinato, il mio inferno, non m’interessa più. Riverserò tutto il mio amore a Dio: mi basta stare in pace con lui, per essere in pace con me stesso. Sì ora sono veramente me stesso, e per trovarmi dovevo venire in un carcere che però non mi dà nessun peso anzi, sento ogni giorno di più di andare acquistando la mia libertà, quella libertà interiore che non ho mai conosciuta, per essere sempre stato schiavo degli altri prima, e schiavo di me stesso e dei miei sensi”.

Non pochi sono i tentativi fatti sia da parte del cugino Francesco Paolo Vitale e  dall’associazione “Leonardo Vitale” che lui stesso presiede, di arrivare al riconoscimento della eroicità della sua vita, spesa, dopo la conversione, tutta per Dio, fino all’estremo sacrificio.