Da un lato c’è la Costituzione che all’articolo 8 recita che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge“, dall’altro la legge 152 del 1975 che impone la riconoscibilità delle fattezze del viso nel caso in cui vi possano essere risvolti di ordine pubblico.

Stiamo parlando ovviamente del “burqa“, il capo tradizionale dell’abbigliamento delle donne islamiche (soprattuto afgane), vietato in Francia all’aperto.

Ed in Italia si vorrebbe fare altrettanto.

Esempi: Gianfranco Fini, il presidente della Camera, ha detto: “il divieto di burqa è giusto, opportuno e doveroso“; L’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, appoggia la decisione francese, ma auspica “che la discussione rimanga sul piano di una positiva laicità e non degeneri in una guerra di religione”. È d’accordo pure Pierluigi Bersani, il segretario del Pd.

Ci vuole, comunque, un disegno di legge ad hoc. Perché, ad esempio, la sentenza numero 3076 del 2008 del Consiglio di Stato sostiene che l’utilizzo del burqa ”generalmente non è diretto a evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture”.

Il velo integrale, quindi, ”non costituisce una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento di alcune popolazioni, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa. Non pertinente”, dunque, “è il richiamo all’art. 5 della legge n. 152/1975 (citato all’inizio dell’articolo, ndr) che vieta l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”.

Insomma, vietare il Burqa (e il Niqab) nel nostro Paese necessita di un intervento legislativo preciso, perché la giurisprudenza contemporanea non dà gli strumenti essenziali per proibire alle donne musulmane di coprirsi in pubblico.